Il Natale non è il 25 dicembre

Danbo NataleDal 2004 ad oggi ogni volta che si è presentato alle porte il Natale non ho fatto altro che inveire contro il mese di Dicembre.

Mi sono attaccata al fatto che mamma non mi fa sorprese ma mi obbliga a comprare qualcosa di utile nel mese di Novembre per tenerlo impachettato fino al25 apranzo.

Mi sono attaccata al fatto che i miei nonni acquisiti nordici non amano la caciara, non sanno che mia madre e Siciliana e che quindi non avrebbero mai apprezzato che nel suo dna è scritto di avere tavolate da 12 persone.

Mi sono attaccata al fatto che non avevo mai avuto una lista di regali da fare.

E poi lunedì ho compreso.

Capita che a forse di fare il Signor  No sulla vita degli altri , non ci si accorga che è la tua di vita che sta scorrendo come non vorresti.

Mi sono sempre lamentata del Natale semplicemente perché volevo regali, volevo cose che non potevo comprare. Volevo cose che come tutti i ragazzini ci facessero sentire appartenenti ad  un mondo. Volevo tavolate per avere aneddoti da raccontare, volevo passare da un aperitivo e un cenone per avere il problema di cosa indossare.

E poi ti svegli una mattina vai al lavoro. Ti metti in un angolo e osservi i tuoi “polletti” e preghi per loro che vada tutto bene. E sorridi per tutte le battute, per tutte le discussioni, per le carezze e abbracci dati con le parole. E ascolti le loro storie, il loro prepararsi al Natale.

Torni a casa.

E vedi i muri da imbiancare, la cucina da cambiare, il salotto che non ha ne capo ne coda. Accendi l’albero e ti accorgi che basta poco.

E aspetti a braccia aperte il nipote ed il tuo Giammy e mentre tagli fette di torrone vorresti solo dire “perché questo non può essere così per sempre”.

E ascolti il nipote che ti dice “io Zia il 31 voglio andare a nanna alle9.30”.

Ed il giorno dopo vai a cena con Manlio e se non torneresti a quel lavoro mai, ti manca, ti manca la chiacchera, ti manca il passare da una cosa e l’altra, ti manca quell’umanità strana che difficilmente troverai in un altro lavoro.

E questa volta glielo dici chiaro e tondo al tuo Manlio che si lui è uno di quelli che ti porti a presso. Che si lui è uno dei prescelti che fanno parte di quelle persone che non vorresti mai perdere.

E mentre scrivi qui ora, ti giunge alle orecchie le parole di Coccorito “ora sei tu la donna di famiglia sei tu che devi creare tavolate e non aspettarti di sederti “.

E in maniera assolutamente naturale, ci provi.

E decidi che le tue persone care, quelle che non vorresti perdere, quelle che non chiami mai, quelle che non basta mai la cena o il caffè per raccontarti una vita. Quelle che hanno capito quanto sei innamorata, quanta voglia c’è di spiccare il volo. Quanta fatica e lacrime ho dovuto versare per aprire il mio cuore.

Quelle persone, ti accorgi, sanno tutto di te. E ti amano per la tua incoerenza, per il tuo essere onesta, per il tuo fare cose che nessuno farebbe.

E le inviti in torno ad un tavolo perché il Natale non è il 25 dicembre. Il Natale è la consapevolezza di avere una famiglia

rispettarla

amarla

coltivarla quella famiglia.

E ti ritrovi ieri sera a parlare di Zia Melina della sua taverna, dei miei Natali. E rimpiangi quei Natali. Dove c’erano le zie, dove c’erano i cugini, dove non so cosa c’era nei pacchi e forse neanche c’erano i pacchi.

E questo desiderio che ogni giorno si fa più insistente che cresce dentro te e che hai confidato ad una persona qualunque, così per non dargli importanza per non dargli peso.

Questa sostanza (che ha un nome ma che non ti puoi permettere di dire) ti fa venir voglia di comprare una tovaglia natalizia e di pensare a cosa cucinare.
E rifletti sul fatto che tutte quelle persone ti hanno detto “si vengo almeno stiamo insieme”, è perché loro, come te, non avranno nessuno che gli farà un regale. E la voglia di farglielo tu quel regalo cresce.

 E oggi 23 dicembre dopo 7 anni sento di nuovo il Natale sento di nuovo quel calore. E prometto che quest’anno mamma l’abbraccerò perché lei, dopotutto, è ancora li a sfornellare e a comporre centri tavola Natalizi perché per lei,nonostante le perdite, è sempre stato Natale.

My November

My November

My November

Il mio novembre è stato il mese della zucca e dell’ennesima dimostrazione di quanto ci sei nella mia vita.

Mi sono ammalata, una banale influenza, ma questo mi ha provocato tante domande su questioni logistiche…e tu eri li. E tu sei sceso nella boutique ha comprarmi la zucca.

E ci siamo mangiati: la vellutata di zucca, il risotto alla zucca, la pasta con speck e zucca.

E per farti contento ti ho cucinato le fajitas

E poi ci siamo presi una domenica per noi e dopo secoli ho riassaporato gli agnolotti e mi sono sentita bambina e mi sono sentita al sicuro.

Novembre c’è stato anche il compleanno di mamma e non è andato male e penso che dipenda dal fatto che io ero più serena.

A Novembre c’erano i problemi, i soliti eppure tra un muffin alle mele e una zucca è passato.

 

Piovono Responsabilità

Piovono Responsabilità

“la calma dopo la tempesta”. Stamattina mi sono alzata e c’era calma, c’era questo senso di “pause mode”. Tutto andava piano, tutto rallentava.

C’era il calore del riscaldamento e a me sembrava calore di casa. C’era un torta di mele cucinata e calda nel cestino ed a me è solo venuto da pensare “voglio farne un’altra”.

Ho aperto la finestra e c’era la cenere sparsa ovunque, il cielo grigio di Milano. Guardavo quella cenere e cercavo di contare quante sigarette ti sei fumato ieri sera.

E l’unica cosa che sentivo era il tuo cuore accelerato, erano le tue braccia intorno a me era il mio pensiero di ieri sera “nessuno mai ti aveva abbracciato così”.

E ripenso ai tuoi baci. Tra uno e l’altro li percepivo i tuoi pensieri, intravedevo il tuo lento movimento della testa, ma non osavo chieder: “parlami, ti prego parlami”. Temevo quella assurda risposta “niente. Non penso niente”.

Mi sono lavata la faccia, e non mi sono guardata allo specchio, ho fatto la doccia e mi sono asciugata, senza percepire la consistenza del mio corpo.

Mi sono vestita e cercavo il ciondolo di Tiffany e ho pensato “ogni volta che non lo metto succede qualcosa”.

Quel ciondolo rappresenta ciò che sono e ciò di cui ho disperatamente bisogno.

Neanche ci volevo andare in Montenapoleone. Come una cretina mi sono messa a pianger al telefono con Daniela e lei che mi prendeva in giro dicendomi “anche io starei li seduta a lagnarmi alla richiesta del mio uomo di andare da Tiffany a scegliere un regalo”.

E quando sono entrata mi sentivo imbarazzata,piccola e stupida. Continua il mio cervello a dirmi “non sono soldi tuoi non sono soldi tuoi”. Non guardavo le cose, vedevo e sentivo solo gallinaccie eccitarsi per la scelta del classico bracciale di Tiffany.

E ne scelsi uno che mi piaceva, che non avevo mai visto indossato a nessuno e la tizia disse il prezzo e tu facesti quel sorriso a mo di dire “tutto sto casino per 120 euro”. Già perché, come sempre, non è il prezzo a far prezioso un regalo.

E appena usciti camiciai a parlare e a parlare e a parlare.

Sono uscita di casa e ho visto un bambino con gli stivali di gomma e l’ombrelli di gomma chiedere “Papà papà saltiamo le pozzanghere?” e il papà come uno scemo che si è divertito a far finta di scivolare sul bagnato. Mi sono fermata. Immobile sotto la pioggerellina stupida di Milano e mi sono commossa.

E ho compreso quanto sono stupida. E ho compreso quanto sono stronza. E ho compreso che “cacchio questa è la mia vita”.

E ho rivisto l’amore per il quartierino, e mi sono sentita “bella” nel mio sgambettare per Milano e l’ho sentita profondamente la mia città. Ho rivisto il cape cake in Brera, ho rivisto l’albero gigante in piazza Duomo, ho rivisto la pizza mangiata dopo un mese di stati uniti, ho rivisto le vie piccole e “ciotolate”, ho rivisto i km fatti in  metropolitana e la scoperta che Milano poi è una bomboniera se la si sa prendere, è un po’ come una vecchia Signora..

E io la voglio vivere con te.

“Non ci vuole tanto”. No.

Ho bisogno di dirle a voce alta le cose. Ho bisogno che tu mi dica a voce alta quello che non mi ha detto nessuno, anche quello che non mi hanno detto i miei.

Ho bisogno di sentirti dire che noi faremo le nostre cose indipendentemente da tutto. Che noi pianificheremo quello che vogliamo fare perché non facciamo nulla di male e che questo accadrà con o senza nuovo lavoro. Mi auguro con tutta me stessa che accada qui a Milano ma non sarà meno importante se succederà altrove.

Sono stupida per aver permesso agli altri di insediarsi in questo fagotto, perché noi abbiamo quello che pochi possiedono. Ci saranno tavolate ricche di pietanze e alberi stracolmi di regali. Io e te non ci vedremo neanche il 24 e il 25.

Ma noi possiamo sederci per terra accendere l’albero e mangiare quello che ci piace e stare bene. E io voglio il mio rosso, il mio oro, il mio calore.

Tutto scorre lento sotto la pioggia di Milano e non riesco ad afferrarlo il mio pensiero.

In Italia si chiama Amore

In  Italia si chiama Amore

Il sesso è la cartina di tornasole di una società: racconta gli individui, la loro specificità, rivela i difetti e le virtù di ogni esistenza. E il nostro è il paese degli scandali, delle trasgressioni che occupano gli appartamenti delle periferie così come i dorati palazzi del potere. È il paese degli esibizionisti che rispondono alla larga richiesta di un numerosissimo popolo di guardoni. È il paese in cui, ancora oggi, pronunciare la parola “sesso” fa scappare la risatina tipica dei bambini che non sanno come affrontare una cosa più grande di loro. Nonostante l’ostentazione pornografica a cui dagli anni Ottanta in poi siamo stati abituati, in Italia regna un pudore sconsiderato, lo stesso di quaranta o cinquant’anni fa. E non vengano fraintesi i comportamenti e i costumi odierni, decisamente più libertini di quelli di ieri: una minigonna inguinale può rivelarsi una maschera tanto quanto una gonna sotto il ginocchio. Un tempo, almeno, l’ipocrisia aveva una veste adeguata. Oggi invece è un’ipocrisia scollacciata, travestita da libertà.
Da quando ho pubblicato 100 colpi di spazzola, centinaia di persone mi hanno fatto domande sulla mia intimità. Vogliono sapere come, con chi, dove, quanto lo faccio. E si sono sempre stupite nel trovarsi di fronte a una creatura estremamente noiosa dal punto di vista sessuale, che non ha niente o pochissimo da spartire col personaggio letterario che abita le loro fantasie. Ecco perché, a un certo punto, ho deciso di passare dall’altra parte. Ho girato per le città d’Italia e ho cominciato io a chiedere agli italiani come lo fanno, senza pruriti voyeuristici né ambizioni da scienziata. Osservandoli, ascoltandoli, raccogliendoli. E provando a raccontarli.” Melissa Panarello.

Ogni volta che esce con un nuovo libro fa discutere e mai per il libro in se.

Mi spiego meglio. Se uscisse con un libro e ci fossero critiche positive e negative sulla storia, sul modo di scrivere, sul come ha svolto la propria indagine…beh direi che saremmo nella normalità, con annessi lettori a cui semplicemente “piace o non piace”.

Invece parlando di sesso nei suoi libri è lei stessa diventata personaggio di curiosità universale da cui ci si aspetta sempre un abbigliamento stravagante e provocante, da cui ci si aspetta sempre parole con volgarità e oscenità (si lo so su questi due termini potremmo parlare per anni senza capire esattamente cosa si intende…perdonate la mia  sintesi).

Magari alcuni, dopo il programma di Victoria, saranno pure rimasti delusi. Niente nudo, niente provocazione, niente sesso.

Il problema è che incuriosisce il fatto che una persona possa liberamente e serenamente vivere la propria sessualità e scrivere invece di sessualità diverse. E queste due cose “sfera priva e pubblica” per noi devono coincidere. Ma quello che le persone non riescono a vedere e che, nel bene o nel male, Melissa è una scrittrice può piacere o non piacere. Poi c’è la Melissa persona di cui non sappiamo assolutamente niente e di cui lei non ci vuole dire niente, infatti non vi è una scorcio di vita sua pubblica.

Questa è l’ennesima dimostrazione di quanto siamo povera gente, di quanto siamo circondati da ipocrisia e falsità.

Ma è tanto difficile alzarsi al mattino ed essere ciò che si è, anche non comprendendo fino in fondo il significato. O decidere di essere qualcuno consapevolmente indossare una maschera e fare il personaggio.

È tanto difficile? Sapete se ogni giorno la smettesse di rompere i coglioni questo mondo sarebbe più semplice.

Così com’è

Così com’è

Il mio problema è che come sono al lavoro sono anche nella vita privata. Questa cosa so che è forse sbagliata, ma sicuramente rara.

Ebbene si. Io sono come mi vedi.

Parlo tanto, urlo, non ho alcun problema a dirti “Ehi! Oggi stai proprio bene vestito così”. Non ho problemi a dire “questa cosa non la conosco, non la so, non l’ho mai fatta”.

Io non mi limito a lavorare. Interagiscono con le persone e spesso riesco ad inquadrarle a capire le loro debolezze. Non lo faccio a posta, mi viene naturale.

E questo fa si che a me vengono perdonati atteggiamenti e piccoli scivoloni che a volte non passerebbero. Succede che anche il più rigido poi si affezioni a me e che accetta questo mio disperato bisogno di parlare.

Essendo io così come mi vedi, mi chiedo “ Perché ora ti irrito così tanto?”.

Io non sopporto la falsità e l’ipocrisia. Nel mondo del lavoro questo c’è e c’è in maniera esponenziale. E mi tocca accettarlo. Non mi piace, ma uno stipendio serve anche a me.

Quello che però non posso proprio sopportare e che tutto ciò avvenga con persone con cui bisognerebbe collaborare e darsi una mano a vicenda.

Io non mi sento in competizione con nessuno, non mi sento meglio o peggio di nessuno. A  me piace rendermi utile. Del far vedere quanto sono brava, di quanto sono fica e lavoro bene, non me ne frega proprio un H.  Io non cerco attenzioni da persone influenti e  nel mentre massacro colleghi solo per sentirmi importante.

E forse è proprio questo a darti fastidio. Che poi le persone, perché dietro a livelli e stipendi ci sono persone, lo vendono e mi parlano, e mi aiutano, e sorridono. E io non lo cerco.

E tu, povero. Sei li che non ti senti ne pesce e ne carne, che cerchi di sentirti qualcuno. E scalci per essere il primo della fila.

Fai battute che nessuno capisce, perché sei sempre fuori tempo. Urli per salutare uno importante, senza accorgerti che fai solo la figura del lecca piedi.

Se solo capissi che come persona sei già qualcuno e che io non ce l’ho con te, ma soprattutto non me ne frega davvero niente di te. Questo non è cattiveria è logico.

E anzi il fatto che cerchi di farti notare, e mi rispondi con cattiveria e cerchi di sminuirmi, mi fai solo stare male.

Quello che forse, nel tuo mondo che è lontano anni luce dal mio, non hai capito che io non ho una gran stima di me stessa e che sentirmi osservata e continuamente giudicata mi rende ancora più fragile e per difesa ottieni solo la parte più cattiva e stronza di me.

E quello che tu non immagini quanto io possa essere cattiva. Cattiva a un livello che neanche con uno sforzo potresti arrivarci. Quella cattiveria che non si annusa, quella che scivola piano sul pavimento per farti cadere nel vuoto quando pensi di essere al sicuro.

E poi alla fine di tutto questo massacro, sai che succede? Che tu sarai ancora più piccolo e che io starò male.

Quindi, per favore. Smettila. Finiscila. Se hai qualsiasi problema con me, o me ne parli, oppure ti metti ad una distanza tale tra me e te che non possiamo ferirci.