…ce la si fa

…ce la si fa

Forse da quando ho dato un calcio a quello che avevo minuziosamente costruito e mi sono messa in gioco con le mie fragilità , le mie paure e le mie incoerenze…beh forse mi apro di più verso gli altri.

E questo mio aprirmi mi regala persone più vere, persone che mi stanno aiutando, persone  a cui pare veramente gli interessi che mi vadano bene le cose.

Più amo te, più sono me stessa più gli altri capiscono che non sono un’acidona ma solo un cucciolo ferito che fa fatica .

E’ un periodo veramente stressante per me e che mi sta mettendo davanti anche a tante mie paure. E non so come le cose si evolvono, si trasformano e le supero.

Riscopro persone che anche se non sento tanto ci sono quando ho bisogno. Ricevo telefonate spostamento senza un perché.

Ricevo aiuto da dei quasi estranei, un aiuto sentito, sincero.

In questo percorso tortuoso che spero presto arrivi alla mia metà che si chiama noi, sto accumulando tanti gesti, carezze e affetto. Vere, sincere, non richieste.

Vorrei dirvi GRAZIE

(Ico, Simone, Manlio, Bersa, Monica, TenBen, Zia, Kli, Giulia).

E grazie anche a te che mi hai insegnato ad amare.

Voglio andare a casa!

Voglio andare a casa!

Forse chi legge (perché di nascosto ci deve pur essere qualcuno che legge) sospirerà e commenterà “ di nuovo! Basta”.

No. Non sono qui a dire ma quanto sono belli i 50 mq di casa mia.

La faccio breve.

Marzo 2010 do un calcio alla mia neo costituita vita che nasce nell’aprile 2008 con l’acquisto di una casa su cui sono anche riuscita a pagare 27 € di ICI prima che il Cavaliere ce la levasse dai maroni (visto che qualcosa di buono pure lui ha fatto?).

Dicevo.

Aprile 2008 entro in quel di Cusano in 50 mq e tanti, tutti più che altro, soldini spesi per mettere le cosine che piacciono a me. Giugno 2008 si decide di andare a vivere insieme. Febbraio 2010 non solo non si vive più insieme ma non si sta proprio insieme. Come spesso accade la nostra storia era finita più a settembre 2009 e forse a pensarci bene se me ne fossi accorta prima avrei evitato il brusco distacco. Ma da fonti certe pare che almeno lui stia bene. Bene.

Marzo 2010 come nei più classici dei film romantici svuoto casa, prendo la mia valigia e varco le porte di Milano. La Grande Milano.

Si lo so che ci ho studiato e ci lavoro, ma vi assicuro che viverci è diverso che stare a fare da pendolare sottoterra.

Il 25 febbraio 2010 ho avuto l’assoluta certezza che quel signorino li con quella faccia un po’ così e quel nasone era mio . Lo era sempre stato.  E me lo sono preso.

E mi sono piazzata a casa sua per non uscirci più.

In tutto questo ho “dimenticato” di dirlo a mia madre e al mondo interno. Per tutti sono zitella vivo a Cusano Milanino e tengo pure le paturnie di una 45enne.

Ed invece ho appena compiuto 30 anni e se non fosse che… sarei in paradiso.

Oggi torno a Cusano Milanino.

Il passaggio è breve: genitori –> fratello –> tubo rotto –> allagamento –> genitori  –> casa Milano –> io torno a Cusano.

Ovvio. Facile.

Ora mi ritrovo con 50 mq puliti (una domenica di passione) uno scaldabagno che non va e tutta la casa vuota. E dopo un anno e mezzo si torna a Cusano.

Sapete non mi interessa. Non mi interessa ne di quella casa ne di quella di  Milano.

Sento nelle viscere solo una gran voglia di Casa.

Casa è dove ti rintani quando va tutto male.

Casa è colei che evolve con te con i tuoi umori, i tuoi gusti e le tue esperienze.

Casa è quella che prende il tuo odore e si impregna di quello che sei: sugo, lavanda, Giorgio Armani.

Casa è il luogo in cui scappi certe volte ma poi è sempre piacevole tornare.

Casa è dove ti puoi fermare, crollare, chiudere gli occhi e sentirti al sicuro.

Voglio una casa e la voglio con te. Voglio la nostra casa.

Voglio smetterla di stare sospesa e mettere radici.

Ora.

“Voglio andare a casaaaaaaaaaaaaa! La casa dov’è? “Già.

Se vai con le papere finisce che …quack!

Se vai con le papere finisce che …quack!

Le cose nascono per caso ma mai per sbaglio.

Pensateci un attimo nel 2004 scelsi Peperina.it derivata terza di papera. Volete lo sviluppo? Eccolo:

[papera-pepara-peperina]

Trovo il Giammy (no almeno lui con le papere non c’entra quanto meno direttamente) e prendiamo la Papera (si la signora nella foto) e lui, il Giammy, decide di chiamarla Peppina. Mia madre si chiama Giuseppa e (sss che potrebbe uccidere) c’è chi la chiama Peppa o Peppina.

Secondo voi il Giammy a me medesima come mi chiama “Pina” derivata 6 di Papera . Ancora la spiegazione ma siete tonti? Eccola:

[papera-pepara-peperina - pepe - peppina - pina]

Tutto questo solo per dirvi che pochi attimi fa ho avuto questa conversazione tra me, Sara Francesca in arte Pina e la Signora Peppina:

La cosa si sta facendo interessa mente preoccupante!

 


Riscoperte

Riscoperte

Questo è uno di quei post da “Caro Diario vorrei confidarti una cosa”.

Quando ero più giovincella (si ho compreso che compio “solo” trent’anni ma io me ne sento 42 e vedo i 50 da un obiettivo ) come capita nella vita vi erano nonne di compagni di classe che si ammalavano o che semplicemente ci lasciavano per vecchiaia.

Come tanti di voi ho perso anche io una zia per quella brutta malattia che è anche un segno zodiacale.

Non sono mai andata a un funerale fino all’età di 23/24 anni. E l’occasione (detta così pare una cosa bella se appare stonata chiedo scusa) è stato l’addio alla  nonna d un amico.

Io non ero molto per andarci, proprio perché  non ero andata a quello di mia zia e dei genitori di M. ovvero i miei nonni adottivi.

Ma poi c’è chi mi ha spiegato che a volte basta poco per esprimere affetto ad una persona e sono andata.

E poi ancora e ancora. Per i genitori di un conoscente, per i genitori di un amico.

E in tutte le occasioni mi sentivo fuori luogo. Sapevo che non dovevo essere li. Io che non ho conosciuto nessuna di quelle persone, io che non volevo davvero bene a quelli rimasti. E mi dicevo dentro di me “anche questo è una forma di ipocrisia”.

Eppure le persone hanno ringraziato, sono state contente, alcune addirittura mi hanno detto che è stato bello avere tanti amici e conoscenti e parlare dopo la funzione intorno a una tazza di caffè di altre faccende invece che stare a piangere chi se n’è andato.

Spesso in passato mi paralizzavo davanti allo specchio e vagavo all’interno dei miei occhi marroni in cerca di qualche goccia di sentimento per questo modo e usanze che non comprendo. E quegli occhi mi hanno sempre spaventato, i miei occhi. I quelle cose tonde marroni tendenti al nero in cui vedevo solo cattiveria. E nel profondo sapevo che non provare dolore, non provare dispiacere e non provare amore era sinonimo di aridità.

Mi sono affezionata, talvolta. Però nonostante questo se le persone sparivano o non ci si vede per mesi non mi mancano.

Poi arrivi al giro di boa.

Ho sempre pensato che a 30 anni sarei stata lontano dai miei che  il mio più grande sogno si sarebbe realizzato. Ed invece ho creato una vita oggettivamente fortunata.  Un lavoro che poi mi piace pure, uno stipendio decente, una casa mia (anche se non ci abito), un passato da urlatrice megafonatrice che se anche era uno svago fittizio e che non mi ha lasciato niente mi fa apparire come qualcosa di “figo” e comunque due parole su questo ai miei nipoti racconterò.

Quello che non potevo sapere e che una sera come un’altra abbraccio una persona che sento mia che mi entra dentro come nessuna. Che diventa la cosa più importante, l’unica. La fondamenta di tutto.

E non importa se in passato non ho fatto, detto, provato. Non importa se oggi ho interesse nei miei confronti superficiale, finto e altalenante.

Mi interessa solo di lui. Mi interessa che sorrida, che stia sereno, che stia bene, che stia con me che condivida con me la sua vita.

E succede che lui è talmente radicato in me che scopro di provare affetto per mia madre, provare dolore per cose brutte e tristezza per certe ingiustizie. E succede che torno alla vita.

Ieri ho pensato, ho sentito, ho percepito nel profondo di essere sola.  Poi sono arrivata a casa, poi mi sono raggomitolata su di lui e tutto il nero, tutto lo smog, i pregiudizi, le cattiverie, i pensieri cattivi sono spariti. Roma, Milano, Torino. Casa, auto, moto, treno. Pc, iPad, Mobile, iPhone.

Tutto può andar bene, non mi importa. Se io mi raggomitolo su di lui so che è giusto, so che anche se tardivamente è arrivato il mio mondo.

E se devo stringere i denti, e se devo sopportare le vostre cattiverie, i vostri giudizi squallidi, le brutte cose…beh sopporterò. Ce la farò.

Io voglio solo tempo, il nostro tempo. E si, egoisticamente, ne voglio tanto.

Ti Amo Giammy. E lo posso scrivere, dire e vivere.

Questo è nuovo, questo è il punto.

Io. Guido. Guido chi?

Io. Guido. Guido chi?

Il mio compleanno è il 22 settembre e i miei genitori, da quando ho 17  anni e non sanno più cosa regalarmi, d’estate mi impongono di decidere cosa voglio. E io, come ogni da quando ho 17 enni ho rinunciato ai regali, non so cosa dire.

Alla fine quest’anno arriviamo ad un compromesso: un paio di scarpe. Data fissata per l’acquisto sabato di 17 settembre, data fissata pressappoco a luglio. Giuro l’ho segnato sull’iPad, perché? Per far vedere ai miei genitori che brava figliola sono e che mi ricordo per davvero di loro.

Andare dai miei ed avere un appuntamento comporta che:

1)  Devo prendere la macchina e guidare cosa che non faccio MAI

2)  Arrivare in orario. Se dicono alle 9.30. Devo essere li alle 9.30, se arrivassi alle 9.00 potresti dargli fastidio, se arrivassi alle 9.35 succede la tragedia (cosa che per altro è accaduta).

3)   Non indossare nulla che possa fargli pensare che tu non sei quello che loro non si aspettano.

Questo e altre mille ragioni fanno si che ogni volta che devo incontrare i miei diventa una giornata di guerra. Solitamente però si tratta di un pranzo fissato la domenica alle ore 12.30 dove c’è mio zio e in televisione trasmettono o il moto mondiale o la Forumula uno, entrambe buone ancora di salvataggio per non essere sotto la lente di ingrandimento.

Sabato 17, sarà stato il 17 , sarà che l’appuntamento era alle 9.30 dopo due settimane di lavoro pesante e con un arretrato di sonno incredibile. Sarà che è sempre così. Sta di fatto che ero nervosa, molto nervosa.

Ero pronta alle 8.45 lavata, vestita, chiavi dell’auto in mano pronta per fare Milano – Monza.

Tenete sempre a mente che io non guido, che io non conosco Milano e che i miei mi rendono isterica. Ecco ciò che accadde.

Indossavo dei pantaloni militari e le mi comodissime ciabatte di Pollini. Arrivo in auto cambio le scarpe e metto le “Peppe da Panda”, ovvero delle ballerini da quattro soldi nere con scritto in argento la marca (che non ricordo).

Infilo i miei occhiali da vista (si quelli che mi fanno apparire la nipote della Gelmini), e parto.

Già uscita dal parcheggio non mi ricordavo da che parte dovevo svoltare! Alchè il Giammy (si santifichiamolo) mi ha scortato con l’auto fino a Viale Monza!

E li il disastro! Appena mi ha lasciato, ho guradato l’ora le 9.00 PANICO. Come avrei fatto a stare in mezz’ora da mia madre? E così ho cominciato ad agitarmi e nel farlo ho urtato un camion e ho inchiodato spaventata. E una Jeep mi ha tamponato.

Volevo solo sparire!!

Ho cominciato a piangere talmente forte che il tipo del Camion impietosito si è accertato che stessi bene e mi ha detto di non preoccuparmi che non era successo nulla.

E tremante ho richiamato il Giammy (che era ripartito verso casa). Alchè non c’era tempo ne per abbracci e per altre cose. DOVEVO ANDARE DA MIA MADRE.

E così scortata piano siamo arrivati a Monza.

Orario di arrivo 9.35, telefonata di mia madre incazzata alle 9.32 “dove sei?!”.

Devastata sono arrivata, ho messo su la faccia della bimba perfetta e ho comprato un paio di scarpe (stranamente che mi piacciono).

Ho mangiato da loro e gliel’ho contata su.

Il tragitto verso casa Monza – Milano.

Andando decisamente più piano della andata (passo lumaca io non ho fretta tutti voi altri potete andarvi a far benedire). Ed essendo aimeh stanchissima e con due borse da sera (con annessi manici di paiette) facevo spesso fatica ad ingranare la marcia.

E poi altro disastro. Rampa con curva, livello di difficoltà media. Armata di coraggio ho trattenuto il fiato e ho cercato di non fermarmi se no già sapevo che in salita non sarei mai riuscita a ripartire a marcia avanti! (Si lo so sono un disastro). E proprio mentre stavo per ultimare la curva e la strada stava per pianeggiare un tizio a piedi con bici mi guarda e mi intima “fermati”.

Che dovevo fare? Mi sono fermata. E dietro pan pan pan (non è stato un tamponamento a catena ma più un “vaffanculo” a catena)

Il tizio tranquillamente attraversa la strada seguito da un cinese che (giuro) a metà dell’attraversamento si ferma e mi fa l’inchino per ringraziarmi.

Danni alla macchina: nessuno

Danni alle persone: nessuno

Anni persi: 20.

Io non amo guidare, io non guido io mi faccio portare.

E domenica devo andare a pranzo da mia madre =_=

senza averti qui

senza averti qui

Ci sono momenti che pensi alla vita,  vorresti prendere un treno e andare  fanculo e correre correre.

Ci sono momenti in cui sai che il tuo bisogno di correre non è per sentire il cuore martellare nella testa, non il tuo voler per un attimo uscire dalla gabbia. Comprendi che quei momenti, questo momento, vorresti solo essere in un posto.

Vorresti solo urlare “anch’io anch’io”. E ti rivedi chiuso in taxi avvicinarti pericolosamente all’orecchio e supplicare “guardami, guarda quello che sono, non quello che ti lascio, sentimi, assaporami, comprendi la mia fragilità”.

E ti rivedi li davanti a quella pancia e non saper che fare. Scusarti e ridendo  dire “che si fa in questi casi?!” e poi piano sussurrare “mi sento così piccola”.

Volevo scrivere del mio agosto del mio giro in Sardegna ma è già volato. Ho immagazzinato verde, tanto verde, vento, sale.

La verità è che mi porto dentro una scaglia di cristallo in me. Si è conficcata sotto la mia costola destra. La sento. La percepisco. E sento le morsa allo stomaco.

“No non è stato un viaggio”. Mi sono innamorata di te, nuovamente. Ancora.

E questa cosa mi lascia senza  fiato e non penso ad altro che l’averti qui.

E non ci sei.

So che è stupido, so che è infantile. So che non posso star così male.

Piango e piango e non riesco a scrivere…..

Vorrei solo far vedere quanto coraggio ho , che non è una piccola cosa. Che io mi sono presa quello che era mio. Vorrei  alzare la testa e fregarmene delle questioni mamma, professione, giusto e sbagliato.

“Se senti una cosa e senti che è giusta falla”.

Per favore…