Il Natale non è il 25 dicembre

Danbo NataleDal 2004 ad oggi ogni volta che si è presentato alle porte il Natale non ho fatto altro che inveire contro il mese di Dicembre.

Mi sono attaccata al fatto che mamma non mi fa sorprese ma mi obbliga a comprare qualcosa di utile nel mese di Novembre per tenerlo impachettato fino al25 apranzo.

Mi sono attaccata al fatto che i miei nonni acquisiti nordici non amano la caciara, non sanno che mia madre e Siciliana e che quindi non avrebbero mai apprezzato che nel suo dna è scritto di avere tavolate da 12 persone.

Mi sono attaccata al fatto che non avevo mai avuto una lista di regali da fare.

E poi lunedì ho compreso.

Capita che a forse di fare il Signor  No sulla vita degli altri , non ci si accorga che è la tua di vita che sta scorrendo come non vorresti.

Mi sono sempre lamentata del Natale semplicemente perché volevo regali, volevo cose che non potevo comprare. Volevo cose che come tutti i ragazzini ci facessero sentire appartenenti ad  un mondo. Volevo tavolate per avere aneddoti da raccontare, volevo passare da un aperitivo e un cenone per avere il problema di cosa indossare.

E poi ti svegli una mattina vai al lavoro. Ti metti in un angolo e osservi i tuoi “polletti” e preghi per loro che vada tutto bene. E sorridi per tutte le battute, per tutte le discussioni, per le carezze e abbracci dati con le parole. E ascolti le loro storie, il loro prepararsi al Natale.

Torni a casa.

E vedi i muri da imbiancare, la cucina da cambiare, il salotto che non ha ne capo ne coda. Accendi l’albero e ti accorgi che basta poco.

E aspetti a braccia aperte il nipote ed il tuo Giammy e mentre tagli fette di torrone vorresti solo dire “perché questo non può essere così per sempre”.

E ascolti il nipote che ti dice “io Zia il 31 voglio andare a nanna alle9.30”.

Ed il giorno dopo vai a cena con Manlio e se non torneresti a quel lavoro mai, ti manca, ti manca la chiacchera, ti manca il passare da una cosa e l’altra, ti manca quell’umanità strana che difficilmente troverai in un altro lavoro.

E questa volta glielo dici chiaro e tondo al tuo Manlio che si lui è uno di quelli che ti porti a presso. Che si lui è uno dei prescelti che fanno parte di quelle persone che non vorresti mai perdere.

E mentre scrivi qui ora, ti giunge alle orecchie le parole di Coccorito “ora sei tu la donna di famiglia sei tu che devi creare tavolate e non aspettarti di sederti “.

E in maniera assolutamente naturale, ci provi.

E decidi che le tue persone care, quelle che non vorresti perdere, quelle che non chiami mai, quelle che non basta mai la cena o il caffè per raccontarti una vita. Quelle che hanno capito quanto sei innamorata, quanta voglia c’è di spiccare il volo. Quanta fatica e lacrime ho dovuto versare per aprire il mio cuore.

Quelle persone, ti accorgi, sanno tutto di te. E ti amano per la tua incoerenza, per il tuo essere onesta, per il tuo fare cose che nessuno farebbe.

E le inviti in torno ad un tavolo perché il Natale non è il 25 dicembre. Il Natale è la consapevolezza di avere una famiglia

rispettarla

amarla

coltivarla quella famiglia.

E ti ritrovi ieri sera a parlare di Zia Melina della sua taverna, dei miei Natali. E rimpiangi quei Natali. Dove c’erano le zie, dove c’erano i cugini, dove non so cosa c’era nei pacchi e forse neanche c’erano i pacchi.

E questo desiderio che ogni giorno si fa più insistente che cresce dentro te e che hai confidato ad una persona qualunque, così per non dargli importanza per non dargli peso.

Questa sostanza (che ha un nome ma che non ti puoi permettere di dire) ti fa venir voglia di comprare una tovaglia natalizia e di pensare a cosa cucinare.
E rifletti sul fatto che tutte quelle persone ti hanno detto “si vengo almeno stiamo insieme”, è perché loro, come te, non avranno nessuno che gli farà un regale. E la voglia di farglielo tu quel regalo cresce.

 E oggi 23 dicembre dopo 7 anni sento di nuovo il Natale sento di nuovo quel calore. E prometto che quest’anno mamma l’abbraccerò perché lei, dopotutto, è ancora li a sfornellare e a comporre centri tavola Natalizi perché per lei,nonostante le perdite, è sempre stato Natale.

My November

My November

My November

Il mio novembre è stato il mese della zucca e dell’ennesima dimostrazione di quanto ci sei nella mia vita.

Mi sono ammalata, una banale influenza, ma questo mi ha provocato tante domande su questioni logistiche…e tu eri li. E tu sei sceso nella boutique ha comprarmi la zucca.

E ci siamo mangiati: la vellutata di zucca, il risotto alla zucca, la pasta con speck e zucca.

E per farti contento ti ho cucinato le fajitas

E poi ci siamo presi una domenica per noi e dopo secoli ho riassaporato gli agnolotti e mi sono sentita bambina e mi sono sentita al sicuro.

Novembre c’è stato anche il compleanno di mamma e non è andato male e penso che dipenda dal fatto che io ero più serena.

A Novembre c’erano i problemi, i soliti eppure tra un muffin alle mele e una zucca è passato.

 

Piovono Responsabilità

Piovono Responsabilità

“la calma dopo la tempesta”. Stamattina mi sono alzata e c’era calma, c’era questo senso di “pause mode”. Tutto andava piano, tutto rallentava.

C’era il calore del riscaldamento e a me sembrava calore di casa. C’era un torta di mele cucinata e calda nel cestino ed a me è solo venuto da pensare “voglio farne un’altra”.

Ho aperto la finestra e c’era la cenere sparsa ovunque, il cielo grigio di Milano. Guardavo quella cenere e cercavo di contare quante sigarette ti sei fumato ieri sera.

E l’unica cosa che sentivo era il tuo cuore accelerato, erano le tue braccia intorno a me era il mio pensiero di ieri sera “nessuno mai ti aveva abbracciato così”.

E ripenso ai tuoi baci. Tra uno e l’altro li percepivo i tuoi pensieri, intravedevo il tuo lento movimento della testa, ma non osavo chieder: “parlami, ti prego parlami”. Temevo quella assurda risposta “niente. Non penso niente”.

Mi sono lavata la faccia, e non mi sono guardata allo specchio, ho fatto la doccia e mi sono asciugata, senza percepire la consistenza del mio corpo.

Mi sono vestita e cercavo il ciondolo di Tiffany e ho pensato “ogni volta che non lo metto succede qualcosa”.

Quel ciondolo rappresenta ciò che sono e ciò di cui ho disperatamente bisogno.

Neanche ci volevo andare in Montenapoleone. Come una cretina mi sono messa a pianger al telefono con Daniela e lei che mi prendeva in giro dicendomi “anche io starei li seduta a lagnarmi alla richiesta del mio uomo di andare da Tiffany a scegliere un regalo”.

E quando sono entrata mi sentivo imbarazzata,piccola e stupida. Continua il mio cervello a dirmi “non sono soldi tuoi non sono soldi tuoi”. Non guardavo le cose, vedevo e sentivo solo gallinaccie eccitarsi per la scelta del classico bracciale di Tiffany.

E ne scelsi uno che mi piaceva, che non avevo mai visto indossato a nessuno e la tizia disse il prezzo e tu facesti quel sorriso a mo di dire “tutto sto casino per 120 euro”. Già perché, come sempre, non è il prezzo a far prezioso un regalo.

E appena usciti camiciai a parlare e a parlare e a parlare.

Sono uscita di casa e ho visto un bambino con gli stivali di gomma e l’ombrelli di gomma chiedere “Papà papà saltiamo le pozzanghere?” e il papà come uno scemo che si è divertito a far finta di scivolare sul bagnato. Mi sono fermata. Immobile sotto la pioggerellina stupida di Milano e mi sono commossa.

E ho compreso quanto sono stupida. E ho compreso quanto sono stronza. E ho compreso che “cacchio questa è la mia vita”.

E ho rivisto l’amore per il quartierino, e mi sono sentita “bella” nel mio sgambettare per Milano e l’ho sentita profondamente la mia città. Ho rivisto il cape cake in Brera, ho rivisto l’albero gigante in piazza Duomo, ho rivisto la pizza mangiata dopo un mese di stati uniti, ho rivisto le vie piccole e “ciotolate”, ho rivisto i km fatti in  metropolitana e la scoperta che Milano poi è una bomboniera se la si sa prendere, è un po’ come una vecchia Signora..

E io la voglio vivere con te.

“Non ci vuole tanto”. No.

Ho bisogno di dirle a voce alta le cose. Ho bisogno che tu mi dica a voce alta quello che non mi ha detto nessuno, anche quello che non mi hanno detto i miei.

Ho bisogno di sentirti dire che noi faremo le nostre cose indipendentemente da tutto. Che noi pianificheremo quello che vogliamo fare perché non facciamo nulla di male e che questo accadrà con o senza nuovo lavoro. Mi auguro con tutta me stessa che accada qui a Milano ma non sarà meno importante se succederà altrove.

Sono stupida per aver permesso agli altri di insediarsi in questo fagotto, perché noi abbiamo quello che pochi possiedono. Ci saranno tavolate ricche di pietanze e alberi stracolmi di regali. Io e te non ci vedremo neanche il 24 e il 25.

Ma noi possiamo sederci per terra accendere l’albero e mangiare quello che ci piace e stare bene. E io voglio il mio rosso, il mio oro, il mio calore.

Tutto scorre lento sotto la pioggia di Milano e non riesco ad afferrarlo il mio pensiero.

In Italia si chiama Amore

In  Italia si chiama Amore

Il sesso è la cartina di tornasole di una società: racconta gli individui, la loro specificità, rivela i difetti e le virtù di ogni esistenza. E il nostro è il paese degli scandali, delle trasgressioni che occupano gli appartamenti delle periferie così come i dorati palazzi del potere. È il paese degli esibizionisti che rispondono alla larga richiesta di un numerosissimo popolo di guardoni. È il paese in cui, ancora oggi, pronunciare la parola “sesso” fa scappare la risatina tipica dei bambini che non sanno come affrontare una cosa più grande di loro. Nonostante l’ostentazione pornografica a cui dagli anni Ottanta in poi siamo stati abituati, in Italia regna un pudore sconsiderato, lo stesso di quaranta o cinquant’anni fa. E non vengano fraintesi i comportamenti e i costumi odierni, decisamente più libertini di quelli di ieri: una minigonna inguinale può rivelarsi una maschera tanto quanto una gonna sotto il ginocchio. Un tempo, almeno, l’ipocrisia aveva una veste adeguata. Oggi invece è un’ipocrisia scollacciata, travestita da libertà.
Da quando ho pubblicato 100 colpi di spazzola, centinaia di persone mi hanno fatto domande sulla mia intimità. Vogliono sapere come, con chi, dove, quanto lo faccio. E si sono sempre stupite nel trovarsi di fronte a una creatura estremamente noiosa dal punto di vista sessuale, che non ha niente o pochissimo da spartire col personaggio letterario che abita le loro fantasie. Ecco perché, a un certo punto, ho deciso di passare dall’altra parte. Ho girato per le città d’Italia e ho cominciato io a chiedere agli italiani come lo fanno, senza pruriti voyeuristici né ambizioni da scienziata. Osservandoli, ascoltandoli, raccogliendoli. E provando a raccontarli.” Melissa Panarello.

Ogni volta che esce con un nuovo libro fa discutere e mai per il libro in se.

Mi spiego meglio. Se uscisse con un libro e ci fossero critiche positive e negative sulla storia, sul modo di scrivere, sul come ha svolto la propria indagine…beh direi che saremmo nella normalità, con annessi lettori a cui semplicemente “piace o non piace”.

Invece parlando di sesso nei suoi libri è lei stessa diventata personaggio di curiosità universale da cui ci si aspetta sempre un abbigliamento stravagante e provocante, da cui ci si aspetta sempre parole con volgarità e oscenità (si lo so su questi due termini potremmo parlare per anni senza capire esattamente cosa si intende…perdonate la mia  sintesi).

Magari alcuni, dopo il programma di Victoria, saranno pure rimasti delusi. Niente nudo, niente provocazione, niente sesso.

Il problema è che incuriosisce il fatto che una persona possa liberamente e serenamente vivere la propria sessualità e scrivere invece di sessualità diverse. E queste due cose “sfera priva e pubblica” per noi devono coincidere. Ma quello che le persone non riescono a vedere e che, nel bene o nel male, Melissa è una scrittrice può piacere o non piacere. Poi c’è la Melissa persona di cui non sappiamo assolutamente niente e di cui lei non ci vuole dire niente, infatti non vi è una scorcio di vita sua pubblica.

Questa è l’ennesima dimostrazione di quanto siamo povera gente, di quanto siamo circondati da ipocrisia e falsità.

Ma è tanto difficile alzarsi al mattino ed essere ciò che si è, anche non comprendendo fino in fondo il significato. O decidere di essere qualcuno consapevolmente indossare una maschera e fare il personaggio.

È tanto difficile? Sapete se ogni giorno la smettesse di rompere i coglioni questo mondo sarebbe più semplice.

Così com’è

Così com’è

Il mio problema è che come sono al lavoro sono anche nella vita privata. Questa cosa so che è forse sbagliata, ma sicuramente rara.

Ebbene si. Io sono come mi vedi.

Parlo tanto, urlo, non ho alcun problema a dirti “Ehi! Oggi stai proprio bene vestito così”. Non ho problemi a dire “questa cosa non la conosco, non la so, non l’ho mai fatta”.

Io non mi limito a lavorare. Interagiscono con le persone e spesso riesco ad inquadrarle a capire le loro debolezze. Non lo faccio a posta, mi viene naturale.

E questo fa si che a me vengono perdonati atteggiamenti e piccoli scivoloni che a volte non passerebbero. Succede che anche il più rigido poi si affezioni a me e che accetta questo mio disperato bisogno di parlare.

Essendo io così come mi vedi, mi chiedo “ Perché ora ti irrito così tanto?”.

Io non sopporto la falsità e l’ipocrisia. Nel mondo del lavoro questo c’è e c’è in maniera esponenziale. E mi tocca accettarlo. Non mi piace, ma uno stipendio serve anche a me.

Quello che però non posso proprio sopportare e che tutto ciò avvenga con persone con cui bisognerebbe collaborare e darsi una mano a vicenda.

Io non mi sento in competizione con nessuno, non mi sento meglio o peggio di nessuno. A  me piace rendermi utile. Del far vedere quanto sono brava, di quanto sono fica e lavoro bene, non me ne frega proprio un H.  Io non cerco attenzioni da persone influenti e  nel mentre massacro colleghi solo per sentirmi importante.

E forse è proprio questo a darti fastidio. Che poi le persone, perché dietro a livelli e stipendi ci sono persone, lo vendono e mi parlano, e mi aiutano, e sorridono. E io non lo cerco.

E tu, povero. Sei li che non ti senti ne pesce e ne carne, che cerchi di sentirti qualcuno. E scalci per essere il primo della fila.

Fai battute che nessuno capisce, perché sei sempre fuori tempo. Urli per salutare uno importante, senza accorgerti che fai solo la figura del lecca piedi.

Se solo capissi che come persona sei già qualcuno e che io non ce l’ho con te, ma soprattutto non me ne frega davvero niente di te. Questo non è cattiveria è logico.

E anzi il fatto che cerchi di farti notare, e mi rispondi con cattiveria e cerchi di sminuirmi, mi fai solo stare male.

Quello che forse, nel tuo mondo che è lontano anni luce dal mio, non hai capito che io non ho una gran stima di me stessa e che sentirmi osservata e continuamente giudicata mi rende ancora più fragile e per difesa ottieni solo la parte più cattiva e stronza di me.

E quello che tu non immagini quanto io possa essere cattiva. Cattiva a un livello che neanche con uno sforzo potresti arrivarci. Quella cattiveria che non si annusa, quella che scivola piano sul pavimento per farti cadere nel vuoto quando pensi di essere al sicuro.

E poi alla fine di tutto questo massacro, sai che succede? Che tu sarai ancora più piccolo e che io starò male.

Quindi, per favore. Smettila. Finiscila. Se hai qualsiasi problema con me, o me ne parli, oppure ti metti ad una distanza tale tra me e te che non possiamo ferirci.

Ci scusiamo per l’attesa

Ci scusiamo per l’attesa

“Ma ti fai condizionare troppo la vita dal lavoro”, effettivamente dall’esterno può sembrare così.
O forse è così. 

Ritrovare Bersy su Skype e non sapere che dirle. Che devi dire a una che ha perso il lavoro, ha la madre che sta male, ha 40 anni suonati e un mutuo da pagare?
Che a me va di schifo perché ho un lavoro, il mio Giammy pure, perché non posso andare a Parigi 5 giorni ? 

Dover andare questa sera da mia madre e preoccuparsi di cosa dirle, perché in fondo che ho da dire?

Da settembre ad oggi non sto facendo altro che lavorare. E non è perché ho tanto da lavorare. E non è perché ho un lavoro fico o che.

Semplicemente è tutto in pausa.

Inglese sospeso. E invece che trovare dall’altra parte una tizia che mi dice “sai non me ne frega un cavolo dei tuoi problemi. Hai pagato. Se vuoi venire vieni se no ciao”. Trovo una persona che vuole uscire con me e bere qualcosa perhcè sente che ho bisogno di parlare con qualcuno.

Ed ho in sospeso Manlio. “Ci sei per cena?”. E continuare a rimandare semplicemente perché non ho niente da dire.

Ed ho il Nipote che limpido come sempre mi dice “Zia ti fai sentire solo quando hai dei pacchi da ritirare”, drammaticamente vero.

E c’è il Natale. Di cui non me ne frega niente, di cui non voglio sentir parlare, di cui voglio dimenticare e non sforzarmi che posso averlo anche io per poi ritrovarmi a piangere sul divano.

La verità e che sono troppo abituata ad essere quella che volete. Ad essere sorridente, simpatica e brillante. Sono una che parla molto, che ha un’opinione su tutto. Ma ora non ho niente da dire.

Non vedo più i TG perché  mi mettono ansia. Non vedo più la televisione, perché voglio tornare a leggere. E finisce che carico libri sull’iPad che lascio libri sul comodino e che non guardo la tv e non leggo neanche le scadenze sui barattoli di Yogurt.

Non penso neanche a come risolvere la situazione, perché ho compreso che non dipende da me. Ed  il mio corpo si adegua al “non ci puoi fare niente” . Non dormo, mangio male, ho mal di schiena e non mi importa. Non mi importa di quel che dico e faccio. Salvo poi giustificarmi per quel che dico e faccio.

E sentirmi fottutamente in colpa perché porca miseria! Io un lavoro ce l’ho, io una casa ce l’ho, io ho il Giammy. Ma è come uno che non aveva niente e di punto in bianco gli danno un assegno da 500.000 euro da incassare. Va in banca e trova la banca chiusa con un cartello “ci scusiamo per il disagio torneremo presto operativi”.

E tu stai li con quell’assegno in mano e aspetti. E aspetti.

E poi passa un anno e mezzo.

La domanda è semplice: “hai diritto di lamentarti, quando qualcuno non ha neanche 5 euro?”.  No e quindi mi crocefiggo, perché sto male a non poter incassare la cosa più bella che mi sia mai capitata.

Per Natale non ditemi niente, non datemi niente. Arrivate dove io non so più andare.

25 novembre: giornata internazionale contro la violenza sulle donne

25 novembre: giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Oggi si celebra la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. La data venne stabilita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 17 dicembre 1999, con la risoluzione numero 54/134, con un invito rivolto ai governi, alle organizzazioni internazionali e alle Ong ad organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema.

Le donne che sono maggiormente oggetto di violenza sono quelle più giovani, di età compresa fra i 16 e i 24 anni e il dato peggiore sembrerebbe essere quello secondo il quale il 96% delle donne maltrattate non denuncia gli abusi nè tanto meno ne parla con qualcuno. Di solito autori delle aggressioni sono principalmente i partner, mentre ad essere carnefici delle violenze in famiglia sono principalmente gli zii. Di riflesso, la violenza subita dalle donne incide anche sui figli.

Potrei scriverci veramente tanto sulla violenza sulle donne in quanto mi tocca in prima persona, ma è una di quelle cose che se rendessi pubblica aparirebbe falsa e inadeguata. E quindi mi fermo.

Oggi ovviamente si fa riferimento alla violenza fisica e sessuale che spesso sfocia in tragedia e vede le donne mute in casa e mute per sempre uccise dai propri partner.

Ma la violenza non è solo quella fisica. Ogni giorno quando camminiamo per strada, ci preoccupiamo che la nostra gonna non sia troppo corta, che il piumino ci copra perbene, che in metropolitana possiamo essere trasparenti.

Ogni giorno in ufficio c’è qualcuno che scambierà un nostro gesto di educazione per qualcosa di più-

Ogni giorno ci saranno donne che con tutto questo giocano per acquisire chi sa quale diritto  o per semplici favori.

Ogni giorno personalmente mi alzo sapendo che se andassi in giro a dire “Io amo il Giammy” riceverei in cambio violenza psicologica e discriminazione.

Ogni sera esco dall’ufficio e corro verso casa, stando attenta di non avere dietro nessuno.

Ogni giorno vedo donne “suicidarsi” per ottenere un favore  e che per sentirsi forti e considerate si fanno avvicinare solo per paura di fare i conti con se stessi.

Ogni giorno ripenso ad Enzo e a quante persone se lo sapessero mi offrirebbero commiserazione ipocrita e “giustificherebbero” il mio comportamento.

Ogni giorno vedo una persona che è stato capace di violentarmi con il solo tocco delle dita e con la sua cattiveria.

Ogni giorno mi sento fortunata per tornare a casa con il battito accellerato ed abbracciare un uomo che mai mi farà del male.

 

Aruba lotta continua

Aruba lotta continua

Con tutto quello che mi è successo non posso che scriverci un post.

I l mio blog, questo che per qualche motivo state leggendo, è con me dal 2004 ma nasce ancora prima su una Smemoranda targa 1998.

Nel 98 scrivevo con la bic nera a punta fine nei quadratini delle Smemo e attaccavo foto di Paolo Maldini ovunque.

Poi ho aperto il blog su iobloggo.com però avevo comprato il dominio peperina.it e quindi un bel giorno ho accorpato tutto qui. Insomma qui scartabella c’è la mia vita. Con le mie contraddizioni, con le mie paranoie, con le mie vittorie.

Per me è come un cucciolo da accudire e far crescere.  E’ la cosa di più prezioso che ho. Il resto materiale non è importante.  Ma il mio blog si . Mi ha aiutato quando stavo chiusa nelle mie paure e nei momenti più bui della mia vita. Mi ha aiutato anche recentemente a capire che ero follemente innamorata da sempre del mio Giammy.

E ultimamente mi sta facendo da ponte tra me e nuovi blogger che non conoscevo e che oggi soprattutto mi hanno sostenuto ed aiutata.

2 anni fa ormai io e Mr. Palletta ci lasciavamo e con lui occorreva dare la proprietà del mio sito a me stessa. Ebbene si fin a quel momento era stata sua, perché ho aperto il blog che non avevo un conto corrente e neanche una carta di credito e soprattutto non avevo la più pallida idea su come fare.

E da li è cominciata l’odissea. Per cambiare la proprietà tra me e lui ci ho messo un anno e tanta pazienza.

Ad agosto di quest’anno sembrava tutto finito con l’associazione di una nuova login. Poi ci sono state le vacanze, settembre da dimenticare, ottobre che è volato in un mare di casini per approdare al mese di novembre.

Fortunatamente, essendo vecchia dentro, possiedo un fantastico calendario appeso in cucina dove mi ero segnata SCADENZA DOMINIO. E quindi sono entrata nel pannello di amministrazione.

E che ti scopro che:

1)      La login e password in mio possesso non funziona

2)      La login fornita per il DB è senza password

Provo a mettere la login sul sito nel pannello e la trova, ma non ho la password. Quindi?

Quindi eseguo l’inter “Recupera i tuoi dati” e mi viene detto è stata mandata una mail al tuo indirizzo mail (e viene indicato correttamente).

Attendo 1 giorno. Niente

Attendo un altro giorno. Niente

Provo a chiamare il call center. Il numero dell’ufficio non riesce a farlo. Penso sia colpa del telefono aziendale. Provo con l’iPhone. Niente.

Riprovo con quello aziendale…squilla. (mmmm strano).

Attendo in linea schiscio 3 (già cliente) e mi sento dire “le linee sono occupate riprova più tardi”.

PRIMA INCAZZATURA

Sono abituata al call center della banca, dell’Eni, dell’Enel, della Vodafone, della telecom, perfino quello della palestra e del mio corso di inglese che quando le linee sono occupate dicono “Le linee sono momentaneamente occupate. Rimanga in linea per non perdere la priorità acquisita. Ci scusiamo per l’attesa” e ti mettono delle canzoni che comincerai ad odiare (vivaldi, image ect).

Allora decido di richiamare una Seconda volta e…….

le linee sono occupate riprova più tardi”.

E riprovo per 10 volte. Faccio il numero, ascolto il messaggio stupido, metto già e riprovo.

All’undicesimo tentativo arriva il messaggio normale: “Le linee sono momentaneamente occupate. Rimanga in linea per non perdere la priorità acquisita. Ci scusiamo per l’attesa”. Dopo quasi 15 minuti di attesa (meno male che ero in vivavoce e nel frattempo ho continuato a lavorare).

Parlo con un operatore che mi dice:” sul modulo da lei compilato per il cambio dominio abbiamo scambiato una E per un A e pertanto la mail registrata è sbagliata. Quindi che vuole?”

Alchè incavolata nera gli dico: “lei è un gradissimo maleducato” e butto giù.

Quindi DA SOLA altro che servizio clienti, capisco che devo modificare la mail con un modulo cartaceo.

SECONDA INCAZZATURA

Io posso ancora capire che la sciura Maria che va in posta faccia tutto con carta e penna allo sportello. Ma che un servizio di Hosting, che si è messo pure a fare la pubblicità alla radio dei suoi fantastici servizi, per modificare una mail richieda la compilazione di un modulo.

Alchè richiamo il call center (stessa trafila di prima), l’operatore mi dice: “Signora mandi tutto all’indirizzo mail assistenza@staff.aruba.it e nel giro di 24ore sistemiamo tutto”.

Mando tutto via mail e si fa fine della giornata 22 novembre ed il mio sito scade venerdì 25 novembre.

Il giorno 23 novembre nessuna risposta da Aruba, provo a rimandare una mail di sollecito e chiamare il call center.

NON SAPEVANO NULLA DELLE MAIL PRECEDENTI e mi chiedono di mandare UN FAX!

TERZA INCAZZATURA

35 minuti di attesa dopo aver fatto 22 tentativi per prendere la linea (i numeri non sono casuali mi sono segnata tutto perché volevo fare una bella AR alla sede legale e all’associazione dei consumatori e magari stilare un articoletto per qualche giornale da strapazzo). Mi sento dire di mandare il fax.

Mando il fax, con la copia della mail del giorno prima. Non contenta mando anche un’altra mail con copia del fax e la stessa documentazione.

Fine del giorno 23 novembre

Arriva il 24 novembre ovviamente non mi hanno risposto ma TA TA TA TA TA!!!

SITO BLOCCATO PERCHE’ NOI HAI FATTO IL RINNOVO e se non paghi entro 30 giorni ti cancelliamo tutto.

Alchè sono esplosa! Dopo essermi fatta un pianto di circa un’ora con l’IT della mia società (povero Sandrone) e aver insultato pubblicamente aruba su Twitter e Facebook  ho deciso di richiamare il Call center.

Dopo 8 tentativi becco un ragazzo che ammette che il SERVIZIO DI ARUBA FA SCHIFO e mi confida che spesso non prendono le chiamate perché non hanno voglia e che il call center non vede le mail perché devono essere prima smistate. Alchè mi sono messa a piangere in presa diretta. E forse per pietà, mi ha detto che metteva priorità UNO al mio caso e mi ha detto come rinnovare il sito senza dovermi loggare. E di mandare il tutto all’indirizzo mail: bollettini@staff.aruba.it

Io ovviamente non volevo rinnovare dato il servizio, ma l’operatore GOLA PROFONDA mi ha detto che era l’unico modo per farmi ascoltare.

E così l’ho fatto. Fatto bonifico mandata mail.

Ore 13.00 mi viene un dubbio; e se mandato il tutto all’indirizzo mail sbagliato?

E così richiamo il call center!

Sono stata dalle 13.00 alle 13.535 in attesa, dopo ho beccato una persona a cui ho spiegato tutto. E non ci poteva credere. Non sapeva che dirmi. E in diretta, con me al telefono, mi ha dimostrato che il sito stava tornado up e mi ha garantito che entro stasera avrei avuto login e password.

Questo significa che gli operatori dei giorni precedenti in realtà potevano fare qualcosa ma non hanno voluto.

E poi domanda (RIPETUTA 4 VOLTE): “io prima avevo due login distinte per il dominio e L’SQL ora me ne data una sola, siamo sicuri che basta per gestire il dominio ed il DB”. La risposta è stata SI.

Ho ripetuto “è sicuro che le cose vadano di pari passo e con la stessa login entro nel pannello di amministrazione del dominio e nel pannello di gestione del sql?”

“ Si signora”

“Ma è veramente sicuro, me lo conferma?”

Ebbene….

QUARTA INCAZZATURA

Il sito effettivamente è tornato up e la mail è stata mandata. Entro nel pannello di amministrazione il sito è intestato a me ed è valido fino a novembre 2012. Provo ad accedere nel pannello di gestione dell’SQL e che scopro CHE LA LOGIN NON VA BENE!

Ora voi ditemi se ARUBA si può definire un Servizio SERIO, PROFESSIONALE, AFFIDABILE?

E la cosa ho scoperto che ci sono fior fior di persone che hanno avuto il mio stesso problema!!!

E la lotta continua!