Scegli la tua piuma

Scegli la tua piuma

Passato.
È una parola che per certi versi da tranquillità.
“tranquilla è passato”, mi ripetevo sempre. “Passato?”, si dice a chi soffre a intermittenza.

Passato nel senso andato, attraversato.
È come la questione del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.

Riapri un cassetto e trovi un album, rivedi un paesaggio e ti sovviene, per sbaglio rincontri una persona. Ed eccolo. Buongiorno signor Passato.

E si in un certo qualche modo per alcuni, può essere inteso come passato di sugo, nel senso di rimescolare, cuocere lentamente, ma il gusto forse non è lo stesso del sugo sulla pasta, ma di un qualcosa di precotto e riscaldato.

Passato.

Se ognuno di noi vivesse davvero pienamente, vivesse sul serio serenamente non sarebbe mai una fitta al cuore, non avvertirebbe mai quel fremito di ansia e paura. Sarebbe solo Passato, andato oltre.Ma, aimeh, non è così mai. Con lui lasciamo rimpianti, situazioni che avremmo voluto drasticamente cambiare e modificare, persone a cui avremmo voluto dire, a cui dobbiamo delle spiegazioni, a cui dobbiamo un abbraccio.

Passato e qualcosa certo che andato oltre, ma nel volare via, ha lasciato una piuma. E tutti quei “passato” hanno riempito le nostre mani. Prendiamo le piume e le mettiamo in una piccola scatola quadrata di legno di noce. E sta li quella scatola, su un ripiano di casa. Ci guarda la scatola. Tutti i giorni ci passiamo davanti, ma non la notiamo, eppure ci appartiene, eppure è colei che ci rende così come siamo.
Ed un giorno senza un motivo apparente l’apriamo.
D’incanto alcune piume si liberano nell’aria, facendo piccoli vortici, ci accarezzano. E sorridiamo per quello che è stato, che è passato, ma serenamente ci facciamo cullare da questi ricordi.
Altre piume ci trafiggono l’anima e ci lasciano senza fiato, pensiamo di averle rimosse, pensavamo di aver superato tutto, ma non è così. E queste, nella maggior parte dei casi, sono lanciate da terze persone. A volte consciamente, a volte capita che qualcuno ti sfiori, che qualcuno ti abbracci, e senza volerlo nel farlo urti quella scatole… e paf eccola la piuma, eccolo il rigolo di sangue sul nostro petto. Ma proprio grazie a quel piccolo abbraccio, fa male, ma un male sostenibile…superabile.

E poi accade che ci sono piume all’apparenza insignificanti, piene di fuliggine. Si fa anche fatica a scorgerne i dettagli. Sono li. Non volano, non fanno male, non odorano. Però chissà perché non riusciamo a prenderle in mano, non riusciamo a sentirne la consistenza. E se anche ci facessimo aiutare, non saremmo proprio in grado di liberarcene.
Almeno ora, almeno non con lei. Poi chissà un domani.
Quelle dannate piume nere sono le peggiori, sono quel “Passato” che ci incatena, che anche ora non ci fa vivere al 100% e che riuscirà in qualche modo a provocare altre piume più o meno definite.

Io quella scatola l’ho aperta tante volte, mi sono cibata delle piume sporche di sangue, ho distrutto quelle belle e colorate. La mia scatola tende a svuotarsi, tende ad esserci veramente poco ora. Forse è un bene.
Beh se potessi esprimere un desiderio spero tra 10 anni di poterla riaprire quella scatola e di poter scoprire tante belle piume maculate: azzurre, verde acqua, alcune viole, alcune gialle. Certo ci saranno anche quelle bianche con la punta sporca di sangue. Ma spero di non prenderle per distruggerle, spero di librarle nell’aria e di vedere che voleranno via, e sarà serena.
E guarderò il fondo della scatola e in un battito sarà dentro la scatola, non ci saranno differenze tra le piume raccolte, quelle volta via e le mie piume.
Perché l’asse non sarà passata, starà ancora stesa, verso il domani.

In ascolto

In ascolto

Come avranno capito coloro che hanno seguito il percorso dell’amore umano.. dopo lo sguardo… il cuore… e l’incontro… non può che eserci l’atto che ne è il naturale coronamento… e dal quale abbiamo la conferma (o meno) della validità della storia che sta iniziando… Dunque stavolta parleremo di un atto… che forse è il più intimo che ci sia tra 2 persone che si amano… e come molti affermano
perfino più del rapporto fisico… [Manarella] Ecco come genialmente ne parlano… 2 grandi scrittori….
Del primo è la più universalmente nota definizione del bacio
Un apostrofo rosa messo tra le parole “t’amo”
Edmond Rostand (Cyrano de Bergerac)

Del secondo è la geniale constatazione della maggior infelicità…
di chi ebbe la ventura di “gustare” un grande bacio d’amore ma poi gli fu negato…
Se infelice è l’innamorato che invoca baci di cui non sa il sapore,
mille volte più infelice èchi questo sapore gustò appena e poi gli fu negato
.
(Italo Calvino)

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Ieri ti ho baciato sulle labbra.
Ti ho baciato sulle labbra. Intense, rosse.
Un bacio così corto
durato più di un lampo,
di un miracolo, più ancora.
Il tempo,
dopo averti baciato,
non valeva più nulla ormai,
nulla era valso prima.
Nel bacio il suo inizio e la sua fine.
Oggi sto baciando un bacio;
non solo con le mie labbra.
Le poso
non sulla bocca, no, non più
-dov’è fuggita?-
Le poso
sul bacio che ieri ti ho dato,
sulle bocche unite
dal bacio che hanno baciato.
E dura questo bacio
più del silenzio, della luce.
Perché io non bacio ora
né una carne né una bocca,
che scappa,che mi sfugge.
No.
Ti sto baciando più lontano.

(Pedro Salinas )

deliri sottili

deliri sottili

Sono stanca. Tanto stanca.
La cosa che voglio, non è correre, non è mordere.
E’ stare serena, è stare a casa, la mia casa.
Avere una casa, la mia, che sarà la nostra.
Ma casa.
Vorrei sentirmi a casa.
Vorrei sentirmi a posto.
Vorrei che qualcunon li fuori mi urlasse “basta!”, mi prendesse a schiffi fino a farmi male e poi mi riempisse di baci e mi solevasse, e mi portasse a letto, e non farebbe niente. Mi riempirebbe di baci e mi direbbe “non devi fare niente, ci sono io e tutto questo non ci sarà più”.

Io ci sono. Sono qui. Vedimi.

Penso a mia madre a come è stata dura, io non voglio.
Io voglio essere fragile, io voglio essere debole, io voglio riposarmi, io voglio.

Si, cazzo, voglio.

Buona notte… alcol, formaggio e cioccolato. È come dire: baciami, fammi girare la testa, entra, accomodati.
Dove sei, stronzo?

happy scia la la la

happy scia la la la

Sono contenta, contenta e ricontenta.
Questa mattina mi sono alzata in uno stato di parziale apatia, forse per non saltellare come una pazza furiosa su strade non mie o forse per la paura di sentirle mie.

Fuori c’è il sole, aimeh si ho l’ombelico di fuori e ho ricevuto la cazziata dall’antidonna del mio palazzo, ma tant’è.
Finestra aperta, aria che circola, fiori sul davanzale. Ufficio. E non sto male, non so quante altre persone lo possano scrivere.
Sto imparando a godermi anche i colleghi. Questa mattina brioches con il mio expertise a parlare di libri fantasy, poi il giro di valzer solito e li forse qualche nube. La cosa che mi è parsa strana è il mancato utilizzo della parola “ragazzo”, da parte di terzi,. Nella frase ci stava proprio, quello che non ci stava era il vuoto, come se si fosse dimenticato di battere la parola, muble muble.
Ma non mi interessa. Io non ho detto, loro non hanno chiesto, se poi arrivano alle conclusioni da sole..cazzi loro. Preferisco chi mi chiede se sto bene e se mi sono “sfidanza” per usare il termine di un’altra collega.

Ma oggi sono contenta, e sudo. Quando sudo sono sempre contenta. Che mongola!
Ma il fatto di sudare, significa che fa caldo, e di fatti ormai posso dire addio ai capelli sciolti, l’ananans sta tornando prepotentemente di moda. E mi piace sorridere con persone che per altri sono ghiaccio, e mi piace “cazziare” persone che non pensano di potersi mettere nelle condizioni di essere “cazziate” da me. E mi piace che le persone si paralizzano, e mi piace dirgli “perché no?”. E mi piace e me la rido e sudo.

Non penso di essere brava nel senso di professionale e efficace, penso però di sapermi organizzare e penso che giusto o sbagliato che sia, mi piace intrecciarmi con le persone e sgarbugliare situazione, anomalie e contro interessi. Temo al varco le novità e il cambio della mia situazione attualmente privilegia e fuori da qualsiasi tipo di schema.
Mi sento come pocochan sulla sua isola, che posso in ogni momento prendere la zattera e andare in continente dove ci sono schemi, modelli, logiche perverse e situazioni da percorrere. Ma posso sempre tornare nella mia isola godermi le palme, il mare, e farmi le mie cose.
Forse aveva ragione il manager di PwC quando mi diceva che non so lavorare in team e che era meglio che stavo su clienti sputo a lavorare da sola e gestirmi le cose da sola.
Forse ha pure ragione MR. Flow (ovvero il mio capo) quando mi dice “ Dove sei ora è perfetto per te, puoi spaziare come più ti piace e creare e inventarti situazioni. Non ti ci vedo proprio con un capo che ti detta tempi e modi. Non saresti mai in grado di piegare la testa e stare zitta”.
Bene o male? Non so.
Sta di fatto che sono molto fortunata ad avere persone che mi lasciano fare ciò, nel limiti del ragionevole, e sono contenta di poterlo fare…ecco perché forse tempo il cambiamento, perché temo di dovermi ingessare e non so se sono in grado di farlo, anzi probabilmente non lo sono , lo farei e non mi piacerebbe.
Forse è frutto dell’inesperienza e poi le persone crescono, si ingessano per forza maggiore e riescono comunque a lavorare serenamente.
Però sarebbe bello stare così per sempre, certo problemi ci sono, situazioni non belle ci saranno, ma mi piace.

E sono contenta.

lucchetti e vetrini

lucchetti e vetrini

Come mi sento?
Questa è una domanda a cui da ieri sera mi riesce difficile rispondere.
So che il mio cuore si è fermato, so che è stato messo in un cubetto di ghiaccio con annessi spilli.
So che sento le gote bruciare.
So che vorrei partire andare e correre. Correre finché le gambe mi reggono, finché i polmoni mi scoppiano. E poi di colpo gettarmi a terra ansimante e restare così…per quanto tempo? Ma magari per sempre.
Non ho paura. Non sto cambiando idea. Ma mi sento vuota, mi sento immobile, mi sento per certi versi …non lo so come mi sento.
Forse come una bambina in un grandissimo negozio di peluches che deve sceglierne uno e non sa da che parte iniziare, a guardare, toccare, giocare.. figuriamoci a sceglierlo.
Ci sono persone che sono li intorno a me in una teca di vetro, in attesa. Altre in armadi di legno antico con un lucchetto di quelli pesanti.
Distruggere le teche e facile, aprire gli armadi più difficile. Ma dipende da me.
E poi vi è quella porticina di legno verde da aprire. E socchiusa si intravede il sole, e so che la devo spalancare so che devo attraversare l’uscio. Quello che non so è se ci sarà qualcuno dall’altra parte.
Magari una volta solcata mi ritroverò in pieno deserto, con il sole che mi brucia la pella, e non riuscirò più a guardarmi indietro. Ci sarà troppa luce, troppo caldo, e vagherò così senza meta ma dritta per la mia via senza arrivare in nessun dove.
Ma se al di la di quella porte invece trovassi una strada asfaltata circondata da pini,abeti,cedri, mandarini, margherite, viole. E andando avanti per quella strada, sentissi l’aria fresca, sentissi la poggia e magari andando avanti scoverei un manto di neve, case, persone, luoghi e situazioni.
E camminando su quella strada ad un certo punto qualcuno decidesse di smettere di sfrecciare e di fermarsi, di guardarmi e non di prendermi per mano, ma semplicemente di affiancarmi su questa strada…beh non so dove potrà condurre, ma di certo un dove ci sarebbe.

Prendere il cancellino, sporcassi le mani di gesto, e piano, piano cancellare tutto. Comprare un gessetto azzurro e cominciare a disegnare, andando sulle punte dei piedi, danzando al ritmo delle linee tracciate.
Ormai sto iniziando, non posso fermarmi, non posso voltarmi, non posso …
Paura? No per niente.
Solo questo senso di spillo nel ghiaccio.
Prendilo tra le mani il mio cuore, soffiaci sopra, sciogli il ghiaccio, piano leva gli spilli. Bacialo, curalo, rimettilo al suo posto. Abbracciamo e senti che forse battiamo insieme.

Storie a righe

Storie a righe

Ho visto una storia e mi piace raccontarvela.
È la storia di una ragazza, una come tante, che fa cose normali. Studia, va all’università con la sua sacca piena di appunti, quaderni evidenziatori. Ai piedi un paio di nike e un bel paio di jeans scuri.
Cammina per le aule con le paure di una studentessa. Paura di esser troppo vicina agli occhi del professore, troppo indietro rispetto alla lavagna. Paura di non riuscire a superare l’esame, paura di cosa indossare per l’esame. Voglia di nicotina, birra e uscire con gli amici.
Una ragazza qualunque che negli anni dell’università ha solcato l’ingresso della sua accademia tante di quelle volte che orami vi è il solco.
Una ragazza che come tante altre si laurea e il giorno successivo ha quel senso di vuoto, quel senso di liberazione e quella voglia di partire per l’estate più calda, meravigliosa ed eccitante che uno possa desiderare.
Una ragazza con uno zaino non più pieno di libri, ma pieno di aspettative su quello che accadrà, su dove andrà, chi conoscerà, se davvero tutte quelle ore spese a studiare varanno un posto di lavoro. E come tante altre ragazze si ritrova in giro per atenei ai Job Day guardandosi in torno e trovando gli altri: più alti, preparati, ben vestiti e con un voto di laurea migliore del suo.
Come tante ragazze alla fine non gli da importanza perché poi se uno il percorso l’ha segnato bene, tutto arriva, basta saperlo cogliere.
Ed allora eccolo il primo lavoro, per niente gratificante, per niente bello, dove niente pare facile e tutto sembra così difficile. Dove quelle calze a righe si mettono nell’armadio , per tirare fuori calze e pantaloni che mai uno avrebbe pensato di indossare.
E gli anni passano, la ragazza cresce, la ragazza incontra persone. Alcune buone altre meno buone. Fa amicizie, soffre, cresce. Sfiora cuori e non si lascia travolgere. Mai. O per l’esattezza travolge chi le sta intorno, corre dalla voglia di vivere, dalla voglia di esplorare, ma vaga come una piccola trottola tutta a righe, si proprio come le sue calze, in cerca di qualcosa che la possa appagare. Che sia un viaggio, che sia un piatto, un lavoro, un acquisto, un amico. O chissà magari un amore.
E gli anni passano e la ragazza sembra arrivata. Sembrano lontane le ansie dell’università, le paure dei primi rifiuti, i primi colpi bassi al lavoro. La ragazza ora è autonoma, va e lavora, va e viene. Non si ferma mai, nel cassetto ancora le calze a righe e un paio di jeans da indossare.

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Un giorno ella per caso, in un giorno qualunque, invece che andare si ferma. Ferma per un attimo il suo essere, trattiene il fiato e chiude gli occhi. In quel preciso istante sente dei passi pesanti…riprende a respirare e sente l’aria. Un gusto di legno misto a tabacco, apre gli occhi. Non è uno sconosciuto, non è una persona di cui però possa parlare. Eppure.
La ragazza si rimette in moto, ma con un movimento diverso, più armonico, più lento, più consapevole e maturo.
La ragazza tende la mano e sfiora lo sconosciuto noto e scopre qualcosa che non esiste, qualcosa che si può leggere. E allora leggiamo.
Scopre di conoscerlo, scopre di sapere quali siano le debolezze, quali siano i punti di forza, quali siano le cose oggettivamente brutte ma che soggettivamente possono anche apparire graziose e quindi in fondo belle.
La ragazza sente un dolore acuto al petto, una mano che le strangola la gola. Non riesce a respirare dalla consapevolezza. Dalla certezza che mentre correva, vagava, girava come una trattola. Non stava andando in nessun posto, non stava provando alcun che . Quella era solo una via parallela che inseguiva un’altra retta, la sua via.
E ora? Ora voleva avere il coraggio di provare andare indietro, voleva provare a prendere ciò che gli apparteneva.
E così fece.
E all’improvviso. In un batter di ciglia.
Si ritrovò nuovamente con le calze a righe, i suoi jeans. Correva per le aule dell’università conosceva persone, superava esami. Trovava il primo lavoro, e usciva, sfiorava persone. Alcune buone altre meno buone.
E poi si ritrovò ad assaporare quel sapore di legno e tabacco. A masticarlo, a conoscerlo, ad apprezzarlo a sentirlo suo.
E quell’odore era parte di lei, dei suoi jeans delle sue calze a righe.
E andò in posti assieme a lui. E trovò persone con lui, di lui e per lui. E assaporò piatti, cieli, vibrazioni. Eventi, avversione, dolori e passioni.
Ed oggi la ragazza cammina con le calze a righe per casa, scivola sul legno e sento l’odore di tabacco. Respira felice per essersi fermata quell’attimo per prendere la sua via, la sua vita. Apre un piccola scatola nel quale ci sono delle piccole minuscole calze a righe. Le guarda sorride.

Piano si avvicina al tabacco, lo morde ma è solo aria. E lentamente si lascia andare nel vuoto nel nulla.

Perché questa è una storia di fantasia e di lei ne resterà solo l’aria.

Moto a luogo

Moto a luogo

Voglio partire.
Ora. Adesso.
Via.
Voglio prendere un qualsiasi mezzo: auto, ciclo, motociclo, treno, tram, nave, areo.
Andare via .
Non mi interessa se mia madre non è d’accordo, se ha il terrore di chiedere, non mi interessa se viene buio, non mi interessa di come sono.
Oggi ho bevuto birra a pranzo, mai fatto al lavoro, ma sempre voluto farlo. Fatto e fanculo.
Lavoro a piedi nudi e non me ne frega un cazzo.
Chiamo io e ti dico “ti va” e non me ne frega un cazzo se non si può.
Odio Tequila che abbaia, non lo sopporto più sono stronza si va bene.

Odio che nessuno si attiva e non mi muoverò per prima vi do tempo fino a Garda, poi ciao tanti saluti perché non mi interssa.

Cosa voglio?

Che voglio? Andare via.
Ora vorrei partire, vorrei sentire l’aria, vorrei sentire il clima di vacanza che alleggia in questo cazzo di palazzo, voglio sentirmi dire che sto andando bene, che sono stata brava, che in fondo riesco a fare tante cose. Voglio andare avanti e crescere, imparare, sobbarcare.
Si. non mi va di fare la statalista, già chi l’avrebbe mai detto.

E voglio fare quello che mi va. Voglio che mi rispondi al messaggio che andiamo a berci una cosa, perché se no non ci vediamo fino settimana l’altra. E non mi interesse se ti crei problemi o se sei stanco. A me va. Punto. Perché ho voglia di vederti, ho voglia di ridere, ho voglio anche solo di bere una birra.

E non me ne frega niente.

E tanto poi alla fine che serve, serve cosa?

Lascia scorrere il tempo, segui il battito e vola via.

Voi tutti … un favore. Aria.
Da sola so respirare.

…non troppo

…non troppo

Premesso che non mi permetto di dire che ho una grande cultura musicale, anzi direi che è praticamente assente. Sono la classica persona che ascolta ciò che gli piace, se dovessi poi dire cantati che amo…beh in primis Lucio Battisti fra tutti, poi in età più moderna e meno “impegnativa” direi shania twain e mi piace anche molto lo stile pop/rock di Pink. Ma di più non mi espongo.

Ieri a Milano e venuto giù un nubifragio mentre mi accingevo a prendere il tram, perché per come non lo so. Con l’iphone ho scaricato da Itunes il cd di Pierdavide Carone, so che state pensando “eccola la fans dei reality che si fa condizionare e bla bla bla”. Ma non è così. Mi sarei guardata bene di comprare un qualsiasi altro cd di persone uscite da Amici, non perché sono così cretina da dire a priori che non sanno cantare solo perché usciti da una trasmissione televisiva. Ma semplicemente perché pur avendo delle belle voci per ora non sono ancora cantanti.
Pierdavide essendo un cantautore ed essendo quindi lui stesso il genio che “se la suona e se la canta” è diverso. Poi il suo stile è molto vario, per certi versi mi ricorda Britti, in alcuni casi Reitano e in un passaggio di una canzone Battisti.
E quindi l’ho comprato e ascoltato. È sempre difficile quando ascolti per la prima volta un cd perché devi imparare a conoscerla la canzone, a volte ti focalizzi subito sulle parole, altre sulla musica e poi piano comprendi il testo, spesso magari non ti piace al primo ascolto e ci vuole un secondo e magari anche un terzo.
Bene. Mi è piaciuto.
Al primo ascolto.
E poi vi è stato il secondo.
E stamattina il terzo.
Mi piace il suo raccontare storie, il suo giocare con la voce, le parole. Il suo essere cinico e aperto all’amore.
Nel cd poi in particolare vi è una canzone, forse per il testo più banale di molte altre che ha scritto, che si chiama “Mi piaci…ma non troppo”.
Più la ascolto e più sorrido, questa mattina ho addirittura riso lungo il tragitto che mi porta al lavoro.
Rivedo i tuoi occhi spalancati, le tue faccine, il tuo scuotere la testa.
E me la rido.
E l’ascolto ancora e rido, rido e rido.

Devo proprio fartela sentire!

Comunque è un cd che vale la pena ascoltare, spero che il suo essere così geniale non venga soffocato dalle case discografiche come spesso succede, e spero vivamente che lo lasciano staccarsi dal mondo televisivo per fare quello che è “Cantautore”. Sicuramente ora è giovane ma gli auguro veramente di scrivere e raccontare come Bennato.
Grande Pier Davide!